Hai mai sentito quella voce nella testa che ti dice: “Ma cosa posso raccontare? La mia storia non è abbastanza interessante“? Bene, oggi la mettiamo a tacere. Perché ogni artista ha qualcosa di potente da dire, anche quando crede di non averlo.
La tua voce conta, la tua arte ha un messaggio, e oggi scoprirai come portarlo al mondo.
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Benvenuto e benvenuta in questo nuovo articolo del blog Professione Artista. Oggi voglio affrontare con te una questione che spesso mette gli artisti in difficoltà ovvero raccontare le opere d’arte, o come dico io contestualizzare.
Se anche tu hai vissuto sulla tua pelle la sensazione del non aver niente da dire questo è il post che stavi aspettando ma, sappi che questa sarà un po’ diverso dai soliti perché parte da alcune mie riflessioni dopo gli ultimi incontri che ho avuto con alcuni di voi.
Di solito quando incontro un artista tra le prime cose che facciamo insieme è analizzare la sua storia e i suoi temi. E normalmente mi trovo davanti a due scenari tipo, diametralmente opposti: chi vorrebbe dire tantissimo tutto insieme e chi ha la sensazione di non avere argomentazioni sufficienti o rilevanti.
Come tutti sappiamo, soprattutto sui social network costruire una narrazione coinvolgente è un elemento è fondamentale per catturare l’attenzione delle persone in pochissimo tempo, evitare il temutissimo scroll e permettere alle persone di capirti ed entrare in connessione profonda con il tuo lavoro artistico.
Quindi, chi vuole raccontare tanto fallisce perché tendenzialmente cerca di dire tutto e tutto insieme, ma le persone non sono abbastanza concentrate per recepire tutte quelle informazioni.
Chi invece sente di non avere argomenti, si aggrappa a concetti deboli o non racconta nulla e fallisce perché non riesce a creare connessione e coinvolgimento.
Il punto secondo me cruciale è che quando un artista crea, normalmente, lo fa per rispondere a una necessità personale, e a livello pratico tanti di voi mi dicono: lo faccio perché ne ho bisogno. Mi esce così naturale che non so dargli un significato, semplicemente creo. Quindi quando arriva il momento di condividere il lavoro su social non si sa cosa dire.
E la prima cosa che il nostro cervello pensa è: non ho niente da dire.
Disegno paesaggi perché mi piacciono. Non ho niente da aggiungere, non ho niente da dire.
Era un bello scenario, c’è una bella luce e ho sentito di volerlo immortalare su tela.
Punto. Non c’è niente di più.
Quindi, pubblico la foto, metto la tecnica, oppure scrivo una citazione, il testo di una canzone, mi invento la ruota o scrivo la prima cosa a caso che mi passa per la testa e pubblico.
Ovviamente però le persone non interagiscono, non commentano, non mettono neanche un like anche se la foto è fatta bene e l’opera risulta esteticamente convincente e bella.
Lo faccio una, due , tre, dieci volte e vado nel loop del non ho niente da dire, non ho contenuti, non sono un artista, non sono capace, eccetera.
Ma è ovvio che se ti approcci così non ne può uscire niente di buono, se hai una creatività di questo tipo istintiva e irrazionale, come puoi pensare che sia il raziocinio a portarti alla soluzione. Devi fare inevitabilmente un passo indietro e guardare la creazione dell’opera d’arte sotto un’altra prospettiva.
Se credi di nn avere niente da dire, stai guardando nella direzione sbagliata
Il problema, infatti, non è realmente la mancanza di qualcosa da dire, ma la convinzione che solo le esperienze straordinarie siano degne di essere raccontate.
Questa è una bugia che spegne il potenziale di tantissimi artisti.
Le persone la fuori, non cercano storie straordinarie di eroi mitologici o imprese epiche: cercano connessione. Vogliono vedere loro stessi nella tua arte, sentire che le tue emozioni rispecchiano le loro, sapere di non essere soli, sentirsi capiti.
La chiave per fare storytelling sulle tue opere d'arte
La chiave per fare storytelling attorno alle tue opere non è inventarti una storia straordinaria da collegare al tuo lavoro, ma riconoscere il valore di ciò che hai vissuto.
La tua arte nasce da qualcosa di autentico: un momento di vulnerabilità, un attimo di felicità pura, una ferita che si trasforma in forza. Le emozioni sono un linguaggio universale.
Non devi raccontare i dettagli della tua vita privata, ma puoi dare voce alle sensazioni che hanno dato vita alle tue opere.
Ogni esperienza ha un cuore pulsante di emozione. La fine di un amore, la perdita di una persona cara, la paura di non essere abbastanza, la gioia di un nuovo inizio: tutto questo risuona con chi ti circonda, sono anche le sue emozioni e le sue paure.
Non è la storia in sé a creare connessione, ma le emozioni che trasmetti nel raccontarla.
Il paesaggio ritratto in quel momento specifico, con quella luce specifica, l’hai scelto per una ragione specifica. Che emozione hai provato osservando quella luce tra le foglie? Che sensazioni ti ha dato cercare di riprodurla? I colori, le sfumature del tramonto, il bilanciamento perfetto del colore per ricreare quell’esatta sfumatura? Se è un luogo che conosci e frequenti spesso, cosa significa per te quel luogo? Parla di quello che conosci, parla di te.
Storytelling e opere d'arte: alcuni esempi
Voglio provare a farti qualche esempio
Esempio 1: Il pendolare che osserva il mondo.
Il primo esempio l’ho intitolato Il pendolare che osserva il mondo: Ogni mattina prendi il treno e vedi sempre le stesse persone, gli stessi gesti. Forse hai immortalato quel momento in una fotografia, in una tela, in una melodia. Racconta cosa provi nel vedere quei volti sconosciuti così familiari, la routine che diventa un rituale, la solitudine condivisa di chi viaggia senza parlarsi.
Esempio 2: La tazza di caffè lasciata a metà.
Il secondo esempio si chiama La tazza di caffè lasciata a metà: Un’opera astratta con colori sfumati e discontinui potrebbe nascere da quel mattino in cui sei rimasto a fissare una tazza di caffè mentre aspettavi una telefonata che non è mai arrivata. Il tempo che scorre, l’attesa sospesa. Il pubblico può ritrovarsi in quell’istante.
Esempio 3: Le scarpe consumate di un viaggio.
Il terzo l’ho chiamato Le scarpe consumate di un viaggio: Un’installazione artistica fatta con scarpe vecchie potrebbe rappresentare i passi che hai fatto per arrivare dove sei oggi. Ogni graffio sulla suola è una battaglia vinta, un ostacolo superato. La gente non vedrà solo delle scarpe, ma una storia di resistenza, di sogni, di cadute e ripartenze.
In conclusione...
Il punto non è spiegare il motivo per cui hai dato vita alla tua opera d’arte ma rendere visibile il legame tra la tua esperienza emotiva e la tua arte. Questo è lo storytelling che crea connessione.
L’opera d’arte non nasce quasi mai pronta per soddisfare un bisogno o per dare voce a un’emozione o a un tema (a meno che tu non l’abbia progettata prima a questo scopo o che tu non sia per esempio anche un attivista o non lavori su temi di rilevanza sociale in modo molto pop) se la situazione non è questa, come nella maggior parte dei casi, puoi anche ritrovarti a creare opere d’istinto senza nessuna apparente motivazione.
La domanda che devi farti quindi è: cosa mi è successo quel giorno, il giorno prima, cosa mi ha fatto provare, cos’ho provato finché dipingevo, perché quel colore e non un altro, cosa mi ha portato lì a quel momento.
Insomma devi in qualche modo riuscire ad andare a ritroso per arrivare all’emozione di fondo che ti collega a quell’opera e darle voce.
Vedrai che poi le persone inizieranno a sintonizzarsi con te e costruiranno in autonomia tutta una sfera di significati basandosi su quel piccolo appiglio che gli hai dato: il contesto.
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Sara (Business Strategist per Artisti)